Un Tempo in Campagna: La Contrada San Pietro a Favara alla Fine dell’Ottocento
Nel cuore della campagna agrigentina, tra le dolci colline che circondano Favara, sorgeva la Contrada San Pietro, un angolo di terra generosa che, alla fine del XIX secolo, apparteneva ad Angelo Vita, viticoltore e stimato proprietario terriero. In un’epoca lontana, quando la modernità non aveva ancora fatto breccia nel mondo contadino, queste terre raccontavano la storia di fatica, ingegno e legame profondo con la natura.
Angelo Vita e la sua Terra
Angelo Vita non era solo un proprietario, ma un uomo della terra. Conduceva salme e salme di terreno con l’occhio esperto di chi conosce i cicli della natura e il valore del lavoro manuale. Le sue terre erano coltivate a grano e viti, e ospitavano contadini e braccianti che, stagione dopo stagione, lavoravano fianco a fianco in un ritmo che oggi ci appare quasi sacro.
La Raccolta del Grano: Un Rito Antico
La mietitura del grano era uno dei momenti più attesi e faticosi dell’anno. Iniziava all’alba, quando l’aria era ancora fresca e il sole non aveva ancora indurito le zolle. Gli uomini impugnavano la falce, o “la ronca”, affilata a pietra e ben oliata, e tagliavano a mano le spighe mature. Le donne e i ragazzi seguivano, legando i covoni con fili di sparto, formando piccoli fasci dorati che punteggiavano i campi come una scacchiera di sole.
I carri di legno, trainati da muli o buoi, trasportavano i covoni all’aia, lo spazio battuto dove si procedeva alla trebbiatura. Qui si utilizzavano i “tridenti” di legno per sollevare e battere il grano, oppure si faceva passare il “corbello”, uno strumento di vimini intrecciato che serviva per separare i chicchi dalla pula con l’aiuto del vento.
La sera, al calare del sole, i campi si riempivano del profumo del grano e delle voci stanche ma soddisfatte. Si cenava sotto le stelle, con pane, formaggio, olive e vino della casa: tutto frutto di quella stessa terra.
Una Memoria da Conservare
Raccontare la vita nella Contrada San Pietro non è solo un omaggio a chi ci ha preceduto, ma un modo per riscoprire il valore del lavoro, della pazienza e del rispetto per i cicli della natura. È una storia che appartiene a Favara, ma parla a tutti noi, ricordandoci che il futuro nasce anche dalla memoria del passato.